Il Golden Gate Bridge di Venezia

Il sogno di stanotte è stato particolare, vivido, tanto che pensavo fosse reale. Ma dopotutto è difficile rendersi conto di essere in un sogno, purtroppo non ho avuto ancora esperienze di oniro-nautica.

Il punto è che mi piaceva ciò che stavo sognando: al mio risveglio sono rimasta due minuti a riflettere sul fatto che non era successo davvero, era solo un sogno, mi sono dovuta convincere; mi sono dovuta scrollare di dosso le immagini impresse nella mente. Il sogno aveva lasciato dei residui di sé sul mio corpo, sulle palpebre.

Non è successo niente di che, non ho vissuto avventure fantastiche, non ho intrapreso nessun viaggio, non ho incontrato creature mitologiche, niente che possa essere definito “incredibile”; eppure è stato qualcosa di bellissimo, per me. La sensazione è stata bellissima.

TEMA: foto.

Visto? Niente di speciale. Andiamo nel particolare ora.

Credo che fosse ambientato a Venezia, perché ricordo tanta acqua. Non ero al mare, ricordo acqua e strade, niente macchine, tanti ponti. Strade fatte d’acqua attraversate da ponti, ecco.

Attualmente vivo a Venezia, quindi mi viene naturale collegare quel luogo a questa città.

Aggiungiamo che ero in compagnia di qualcuno che non ricordo: non mi sembra di aver visto questa persona in viso, ho parlato con lei, ho interagito con lei, ma non ne ricordo il viso, ma posso dire che ho la sensazione che fosse mia sorella. Dovrei ricordarmela, se fosse stata lei, vero? Mi capita spesso di sapere cosa ho visto, chi ho visto senza però averlo effettivamente visto in sogno, credo sia una cosa normale. Si tratta di sogni, alla fine, quindi tutto sensazioni e supposizioni.

Ricapitoliamo: ero a Venezia con mia sorella a far foto.

L’immagine che più ricordo, quella più vivida, ritrae me affacciata in questo canale, con l’acqua chiara, pulita, calma, come se nessuna imbarcazione passi di là da un po’ di tempo; mi porto la macchinetta davanti la faccia per scattare la foto al mio riflesso sull’acqua e clic. Nonostante la macchinetta sia all’apparenza un modello vecchio, da rullino, posso guardare la foto appena scattata e così faccio. Nella mia mente non guardo lo schermo digitale, non vedo le mie mani tenere la macchinetta che riproduce la foto: nei miei occhi vedo la foto, direttamente. Non è questa la parte bella del sogno, però, questo è solo un dettaglio. Un’altra particolarità della foto è che io sono ritratta con un capello corto e piuttosto mosso, quasi riccio; se non fossi stata io a scattare la foto avrei detto che la persona raffigurata è un ragazzo. Ma io so che a far la foto sono stata io. Sono io nel sogno, in prima persona. La parte vera, quella importante è che nella foto vedo quello che ho scattato con l’aggiunta di un particolare: la macchinetta non ha ripreso il cielo grigio sopra di me, ma il soffitto di una chiesa. Non c’è nessun elemento che mi faccia capire che è una chiesa, nessun crocifisso, né affresco, niente di niente, solo soffitto, eppure io so che è una chiesa. Nonostante non credo di aver mai visto la chiesa in questione ricordo perfettamente il soffitto che ho immortalato nel sogno: è un soffitto a cassettoni disposto a scacchiera. I cassettoni sono di forma quadrata, hanno una sorta di cornice grigia e l’interno color panna tendente al giallo. È un soffitto pulitissimo, ben mantenuto, sembra antico, perfettamente restaurato, come se abbiano voluto tirarlo a lucido, renderlo nuovo e moderno.

Dopo aver visto la foto mi affaccio di nuovo sul canale e sopra di me c’è solo il cielo grigio, illuminato dal sole nascosto dietro uno strato compatto di nuvole. Mostro la foto alla persona che mi accompagna nel sogno – mia sorella? –  e non mi sembra abbiamo detto nulla in quel frangente.

Dopodiché ci incamminiamo e anche se non ricordo il percorso, forse non l’ho sognato, forse l’ho eliminato, ci spostiamo su un ponte. Ho la sensazione che il ponte in questione sia quello dell’Accademia, è di legno ed è molto alto, si affaccia su un grande canale. Non ci sono fondamenta ai lati del canale, come se il ponte sia lungo chilometri, come se colleghi le coste di due paesi distanti. Molto più avanti, più in là, c’è un altro ponte sull’acqua, sempre di legno. Mia sorella si mette in posa per farsi fotografare con lo sfondo del mare infinito e allora le faccio una foto, ma anche lì ciò che ho effettivamente fotografato è diverso: il mare c’è, il cielo è come lo vediamo con i nostri occhi, quindi grigio e luminoso, il ponte di legno in lontananza c’è, ma verso la metà si trasforma in qualcos’altro. Quasi al centro esatto, più verso la nostra destra, il ponte da legnoso diventa di metallo rosso e prosegue così per un po’, per poi tornare di legno scuro. È come se quel ponte di legno diventi per un tratto il ponte di San Francisco. Ricordo di aver proprio pensato così: “Ma quello è il ponte di San Francisco?”.

Mostro la foto a mia sorella e anche lei nota quella differenza, così metto la macchina fotografica davanti ai nostri occhi, all’altezza del ponte e su e giù con la macchinetta possiamo vedere il cambiamento, c’è, avviene qualcosa! Il ponte rosso sparisce quando abbassiamo la macchina fotografica e ricompare sul piccolo schermo quando la rialzo. Eravamo stranite, sorprese, ma non scandalizzate, non sgranavamo gli occhi meravigliate; guardavamo la “magia” avvenire curiose sì, ma non come se fosse un miracolo. È difficile da spiegare, le sensazioni sono complicate, ancor di più dei sentimenti perché sono delle sfumature leggere. Eravamo in contemplazione scientifica, troppo concentrate sul notare la differenza per sbalordirci.

E il sogno finisce così, con il ponte di San Francisco, con noi che osserviamo curiose e distaccate la macchina fotografica.

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